sabato, dicembre 23, 2006

Apocalypto: l'ultima fatica di Mel


IL FILM - Apocalypto è la nuova produzione del regista Mel Gibson, un film di azione e di avventura dal ritmo mozzafiato, ambientato durante la fase finale della grandiosa civiltà Maya, e recitato totalmente in Yucatec (antico dialetto maya). Un uomo, la cui idilliaca esistenza è stata brutalmente sconvolta dalla ferocia degli invasori, intraprende un viaggio irto di pericoli in un mondo dominato da paura e oppressione, dove lo attende una fine straziante.
Il film è appena uscito nei cinema statunitensi, mentre dovremo aspettare fino al 5 gennaio prossimo per osservarlo sui nostri maxischermi.

LA CRITICA - La percezione che la critica cinematografica ha sempre dimostrato di avere nei confronti di Mel Gibson e dei suoi film oscilla senza mezze misure tra posizioni entusiastiche o pessimistiche. Tuttavia, attualmente, sembra che l’opinione più ricorrente preferisca quest’ultima delle due posizioni, accusando il regista di aver esagerato nella profusione di scene sanguinose. Il New York Times afferma che “la violenza è diventata l' assioma di Gibson”, mentre Usa Today redarguisce dichiarando che “il sangue e le budella sventrate oscurano qualsiasi significato”.

Sono un paio, a questo punto, gli interrogativi ai quali mi piacerebbe che la critica cinematografica rispondesse. Era già successo con Braveheart prima, e con The Passion poi, che la stampa si gettasse famelicamente contro la violenza presente in molte scene di quei film, per essere subito brutalmente smentita dal trionfo planetario riscosso (trionfo et in termini di audience et in termini di premi vinti).
Siamo, dunque, proprio sicuri che l’analisi delle opere di Gibson debba seguire proprio questo tipo di struttura logica, invece di usare altre categorie di giudizio, magari proprio quelle che consentono all’audience di decretarne infinite volte il successo?

Infine, il concetto di violenza assume troppo spesso una seccante ambivalenza di significato. La percezione, in effetti, che la critica cinematografica riserva alle "scene forti" non assume valori assolutistici, ma è piuttosto figlia di una sottomissione al pregiudizio; è capitato di notare in più di un’occasione che la violenza di Gibson, ad esempio, venga tacciata di gratuità, mentre quella di altri autori sia giustificata come atto estremo di genialità, o al limite come emanazione di un cinema grottesco. In parole spicce, se è Gibson che parla di violenza, ecco che insorgono sciamando comitati di protesta, mentre se a farlo è, per citarne il principe, Tarantino, tutti in piedi ad applaudire.
E’ lecito, nelle vesti di consumatori maturi, aspettarsi un po’ più di coerenza?

Nessun commento: